venerdì 29 gennaio 2010

Segni di storia

Abbiamo tutti bisogno di riconoscere simboli nelle cose che ci circondano e che ci succedono, per fissare nel tempo, nello spazio e nel caos di eventi che ci piovono addosso ogni giorno, i momenti importanti - brutti e belli - della nostra vita. Forse è per dare loro un inizio e una fine ben delimitati, tra un infinito e l'altro, per distinguerli, così come cerchiamo di individuare le costellazioni nella miriade di stelle la notte, o un senso che ci permetta di pensare, o perlomeno credere, che la nostra vita, le nostre decisioni e le nostre azioni non siano sgorbi del fato o bolle del nulla ma siano in mano di qualche potenza superiore e facciano parte di un disegno globale in cui siamo protagonisti, talvolta eroi grandiosi e forti, più spesso tristi e sconfitti, ma pur sempre eroi e in questo senso, personaggi di una storia. Perché è sempre la storia che conta, che ci da' spessore, sostanza e peso, e di cui ci ricordiamo, ricordando, assieme e grazie a lei, i suoi personaggi. Non c'è storia senza personaggi; nessuno sopravvive al di fuori di una storia.

Giovedì scorso ci siamo lasciati, dopo una lite di cui non ricordo nemmeno il motivo. Son tornato a casa e l'orologio appeso in cucina si era fermato. E stasera, dopo la sua chiamata, per la prima volta da quando vivo qui, il nostro gatto ha fatto uscire il cassetto di vimini in cui avevo raggruppato tutte le sue cose e l'ha rovesciato, spargendone il contenuto sul pavimento.

Non so come interpretare questi piccoli eventi, se sono dei segni e se hanno un senso che devo scoprire. Non so se faccio parte di una storia, se è la mia, se ne sono protagonista o solo comparsa, né so se questi mi dicono che ne sono ormai fuori.

So solo che al telefono mi ha detto che tutto era finito.

Potessimo scegliere le storie in cui veniamo coinvolti. Potessimo far parte delle storie che ci inventiamo.

My one and only love

Reset

Non sapeva se stesse facendo bene o meno, non se lo era chiesto fino a quando non si era ritrovato sotto casa sua. Non c'era stata strada, non ricordava di averla percorsa, o aveva tenuto gli occhi chiusi tutto il tempo?, era stato solo un impulso, un innocente impulso, qualcosa di estremamente semplice e al tempo stesso compatto, intenso, veloce, chiaro, scattato dalla sua telefonata poco prima, dal suo tono di voce, dal suo respiro, da un sospiro, che ne sapeva in fondo, pensava di conoscerla così bene?, ed era diventato qualcosa di ipnotico, possente e irresistibile, come un vento propizio che da questa apparente e breve tregua, da questa loro conversazione leggera e insensata, si era improvvisamente alzato e lo aveva pervaso e sollevato dalla sua sedia e spinto a uscire come un sonnambulo. Era sicuro che avrebbe trovato il suo portone aperto, le scale accese, e davanti la sua porta, aperta anch'essa, sulla soglia, era sicuro che avrebbe trovato lei, un po’ nascosta dallo stipite, nella camicia da notte trasparente che gli piaceva tanto, e, come in uno specchio magico, profondo come il suo corridoio, che si sarebbe mossa esattamente come lui perché stava provando lo stesso impulso, la stessa commozione, lo stesso slancio, era sicuro che lo aspettasse, si disse, per abbracciarlo, per baciarlo, per farlo entrare, per farlo restare, per stare con lui, per stare bene, per tutta la vita, esattamente come voleva lui.

Ma aveva chiamato, invece. Il portone era chiuso. E dopo la terza chiamata senza risposta, aveva suonato al citofono. Si era addormentata, gli disse lei, subito dopo la sua chiamata, alle 22:30, quando solitamente bisognava spararle per farla andare a letto prima dell'una di notte. Era meglio che tornasse a casa, era stanca, voleva dormire ora. Pensava di conoscerla così bene?

Perché gli stimoli fanno fare le ore piccole mentre l’amore fa addormentare? E' un po' come il libro che sta sempre sul comò, l'amore, che si apre soltanto e si legge appena per farsi venire il sonno. O la preghiera serale, per farsi perdonare gli stimoli della giornata. O ancora la chiamata rassicurante per chiudere bene una giornata vuota. Mentre lo stimolo era il bicchiere sempre pieno, la faccia sempre nuova, la memoria azzerata, il cuore lavato, il desiderio puro, l'incognito... Reset!

In confronto all'andata, il ritorno era stato tutto in salita e non sapeva bene se era perché contava i passi che lo separavano da casa sua o quelli che lo allontanavano da casa di lei, ma erano stati passi pesanti e sofferti. Sarebbe stato davvero bello, sì, quasi perfetto, si ripeteva mentre affrontava le scale per raggiungere il suo piano, se lei avesse aperto e invitato a salire, senza discutere, senza esitare, senza aprire bocca, come se fosse stata la cosa migliore da fare, o meglio ancora, l'unica cosa da fare. Senza ripensamento. Ma sarebbe stato anche troppo. Non succedevano più queste cose. Lei doveva poter sempre pensare, pesare, valutare, controllare, per, infine, poter decidere. Perché l'amore era una cosa seria. E perché ormai c'era la sua privacy. Perché, infatti, avrebbe dovuto sapere se lo aveva tradito, o se lo aveva rimpiazzato, con chi, quando, dove? Perché insisteva tanto a volerlo sapere? A che pro? Bastava che sapesse perché non lo amava più: perché l'amore cambia pelle, gli aveva detto. Ma se avesse saputo qualcosa dei rettili, però, avrebbe forse usato una metafora meno debole. I rettili, come i ragni, cambiavano pelle per crescere, non per diventare uccelli o pesci. Non meritano la brutta reputazione che hanno.

Bé così avrebbe imparato a fidarsi ancora di ciò che sentiva con lei. Era così confuso. Non la capiva più. Non la conosceva più ed era successo in così poco tempo. Un attimo prima, gli sembrava. E ora quanto tempo sarebbe passato prima che lei venisse assorbita dalla massa di tutte le altre? Era già iniziato? Era già un’altra? Non voleva saperlo. No! Sì! No! Sì! Non voleva questo. Non lo voleva proprio. Non aveva mai voluto questo.

Aveva scelta forse?

No.