lunedì 15 novembre 2010

Sig (da Misure di morte)

- Vuoi sapere perché mi chiamano Sig?... Hai sentito Francky?! Ha ha haaa... Mister sono-nudo-e-legato-a-una-sedia-del-cazzo vuol sapere perché mi chiamo Sig!... Mi sembrava chiaro. Quasi quasi mi offendi Mister io-non-so-come-ti-chiami-e-me-ne-fotto... Poi le domande le faccio io qui dentro...

La mole enorme di Sig si chinò sull'uomo, si udì un lieve crepitio, il corpo nudo si tese nelle cinghie e un urlo acuto e straziante riempì la piccola cantina inondata di luce al neon come se uscisse dalle pareti di cemento grezzo o fosse la luce stessa a gridare. L'aria si addensò a un punto tale che Franck dovette tapparsi le orecchie e stringere i denti per respingere l'assalto del grido.

- E questo era gratis, Mister sbraito-come-una-fottuta-femminuccia...
- Andiamo... Sig... Non prendertela tanto per così poco... - disse Franck, sorridendogli con indulgenza.
- E adesso, Mister vuoi-sapere-perché-mi-chiamo-sig?...
- ... il sii... Il sigarooo?.. Il sigaro!...
- Aaaah vedi quando vuoi... Se hai già la risposta ad una domanda, perché cazzo devi farla sta domanda?... Vedi, io non ti brucio le palle con delle domande se ho già le risposte... E' una questione di educazione cazzo.
- Mi scusi... La prego...
- Mi scusiii... La pregooo... Hai sentito anche tu Francky eh? Mister faccio-delle-domande-del-cazzo si scusa ora...
- Ho sentito Sig, ho sentito... Ciò però denota una certa educazione...
- Questo è vero. A me piacciono le persone educate.
- Per Dio, però, il sigaro... e basta? E' un curriculum un pochino riduttivo non trovi?
- E anche questo è vero...

Sig si chinò di nuovo verso l'uomo, appoggiandosi con le mani sulle sue ginocchia, e avvicinò la sua grossa testa rotonda e quasi priva di peli a pochi centimetri dalla sua faccia, allungando il collo come una tartaruga. L'uomo ritrasse la testa e strinse i denti, spaventato, fissando il sigaro piantato tra le dita paffute del suo persecutore. Ma questa volta il sigaro non si mosse.

- Sai che sei fortunato, Mister mi-scusi-la-prego? Davanti a te non hai un macellaio da quattro soldi, ma hai un artista del sigaro cazzo...

Si infilò invece il sigaro tra i denti e si raddrizzò lentamente, gonfiando il petto largo come un pianoforte e portandosi le mani sui risvolti della giacca doppio petto. Alzò il mento, fissando un punto impreciso del soffitto. La sua mascella si contrasse e il sigaro si drizzò verso il soffitto. Il suo sguardo si spostò allora sulla brace e seguì perplesso il fumo denso e opaco alzarsi faticosamente nell’aria e dileguarsi dopo qualche secondo. Come i tuoi pensieri, mio caro Sig, come i tuoi pensieri... pensò Franck, che si avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.

- Un artista sì, senza alcun dubbio. Un pittore del dolore, se mi concede questa espressione, gentile signore, che usa il sigaro un po’ come un pennello rovente, e la pelle, la sua in questo momento, come la tavolozza dei colori – o più esattamente la tavolozza dei dolori. Perché l’arte di Sig si rivela e raggiunge il suo culmine e la sua massima espressione negli occhi, poco prima dello sfogo della voce, quando la brace del sigaro è appena affondata nella pelle, e quando il crepitio dolce e l’odore inconfondibile della carne che brucia, raggiungendo i sensi dall’esterno e fondendosi al dolore che invade il corpo dall’interno, imprigionano la mente nella loro morsa, nell’orrore di una soggezione assoluta e senza speranza. L’arte – e la vocazione - di Sig può essere definita con questa espressione semplice e cristallina: la ricerca del dolore perfetto, per confessioni immediate e concise.
- Esatto! Digli ancora degli occhi Francky, digli come mi piacciono... Com’è che hai detto l’altra volta?... Lo stupro della...
- … lo stupore della coscienza incapace di sfuggire al dolore sorprendente e inatteso di una tortura dall'apparenza così banale e così poco spettacolare. Ma alquanto potente quand'è inflitta da un artista come Sig.
- Esatto! Non faccio qualunque cosa con qualunque cosa: uso solo veri Havana... Ma attenzione però, quando non lavoro, non fumo, mica è un vizio. Di solito, mi resta quasi tutto il sigaro quando finisco, così mi siedo e me lo godo da solo, nel silenzio. Ha un gusto tutto suo dopo il lavoro, mi piace di più, è più dolce…
- Un fumatore appassionato ed esperto... Applicata nel posto giusto, la bruciatura si estende al corpo intero, infine alla mente, e tutti i ricordi, anche i più remoti, fuggono come ratti dalla bocca. Nessuno spreco di energia. Sobrio, ed efficace. Un inquisitore raffinato, elegante e delicato, il nostro Sig.
- Certo! Ho studiato io! Mi son allenato sui matti quando ero infermiere. Avevo i turni di notte, era facile. Me li portavo giù, nella cantina del manicomio, nella sala della caldaia, e lì, li interrogavo, così, per ammazzare il tempo... Le notti erano lunghe a volte... Bisognava pur far qualcosa…

L'espressione di Sig si raddolcì e un lieve sorriso comparve tra le sue guance bovine e lattiginose. Gli occhi sbarrati inseguirono un ricordo improvviso.

- S'immagini, mio caro signore? Sui malati mentali! Sig si è allenato sui malati mentali, persone alle quali non aveva nulla da chiedere... E cosa diavolo avrebbero ben potuto dirgli in ogni caso?!
- Se... E' pazzesco quello che ho imparato in quel manicomio. Ne so un bel po' sui matti ora. Ce ne sono di vari tipi. Non reagiscono tutti uguale. Ce ne sono che non c'è niente da fare, non si muovono. Non sentono niente, non ti guardano nemmeno, sembra che non ci sono. Una noia mortale. Con altri, è un vero circo, si scuotono in tutti i sensi e parlano, parlano, parlano, a farti venire il giramento di testa: dovevo fermare tutto ogni volta, col baccano che facevano. Ma ce n'è stato uno una notte ch'ha tirato le cuoia. C'è stata un’indagine, hanno trovato le bruciature. Me la sono squagliata in fretta.
- Una coscienza professionale stupefacente, non trovi, gentile signore? Un’abnegazione fuori dal comune, quasi religiosa.
- Eh... Sì... E' vero...
- Non ho usato subito il sigaro però... Mi ci è voluto un po' per arrivarci…
- Ma già una predisposizione per tutto ciò che brucia e consuma, un vero istinto del fuoco...
- Se... Ho iniziato a mettergli le mani e i piedi sullo sportello della caldaia e i tubi del vapore. Ma non era molto pratico, dovevo sollevarli e tenerli tutto il tempo. Poi mi son organizzato meglio e ho provato con i tizzoni, il vapore, l'acqua bollente, i carboni ardenti, l'elettricità, le sigarette - ma si rompevano sempre - e infine i sigari. Pensa un po': il primo sigaro che ho avuto me l'ha regalato il direttore del manicomio in persona ha ha haaa, non è buffo?... I sigari sono più robusti e fanno un odore più adeguato al lavoro, in sinfonia con...
- ... sintonia...
- ... sintonia con ciò che sto facendo, come sto cazzo di incenso in chiesa, impressiona sempre la gente, fa subito più serio, come se mi mettevo un'uniforme o una sottana insomma. E poi il sigaro mi da' un'aria che mi piace. E' più professionale, importante, capiscono che faccio sul serio. Impressiona i clienti... E' una questione di rispetto per loro anche, almeno io la vedo così...
- Sì, ciò gli conferisce una certa nobiltà. I suoi pazienti capiscono immediatamente che non hanno a che fare con un boia frettoloso e maldestro o un maniaco delle pinze e attrezzature varie. E questa stanza, gentile signore, si guardi intorno: questo è l'ufficio di Sig, così spoglio e privo di ogni tipo di arredamento, eccetto la poltrona di fronte a lei, il lettore cd sul suolo sulla sua sinistra - giri un po' la testa, sì, da quella parte, lo vede? - e la sedia alla quale Lei è legata in questo momento naturalmente... Vede per caso qualche strumento di tortura classico?...
- Eh... No, non ne vedo...
- Cavi elettrici, trapani, pinze, tenaglie, seghe, lame di ogni genere?...
- No... No... Non ne vedo...
- Congegni bizzarri e inquietanti?...
- No...
- Infatti non ce ne sono. I clienti di Sig non capiscono immediatamente cosa intende fare con loro e si rilassano, l'angoscia e la paura preventivi scemano, la tensione svanisce, ignari che quel sigaro rappresenta tutta la scienza e l'attrezzatura di Sig. E la fine delle loro illusioni... La sua corporatura imponente e la sua calma rassicurano e l'attenzione non viene dispersa da eventuali anticipazioni e conseguenti crisi di panico che generano le torture disordinate e quindi le sofferenze imprecise e multiple. No. Sig calma, riposa, concentra tutto il pensiero sul suo sigaro e nulla viene detto che non sia stato richiesto. Nessuna messa in scena, nessuno spettacolo, nessuna minaccia, nessuna violenza annessa e gratuita, soltanto Sig, il suo Havana e il suo rito tranquillo, sobrio e preciso.
- Ben detto socio! Prima di iniziare, metto sempre il cd che mi hai regalato una volta... Francky, com'è che si chiama il musicista?...
- Mozart, l'opera in questione è il Requiem, con l'orch...
- Ecco, metto sto cazzo di Mozart e subito mi guardano strano, quasi pensano che sto per mettermi a cantare o magari che voglio invitarli a ballare eh eh eh... Ma legati come sono alla sedia dovrei portarli in braccio, non ci pensano mai sti coglioni... A volte si mettono a spifferare prima che incomincio, parlano e parlano, una vera emorragia, tanto che bisogna dargli un paio di sberle per farli smettere. Beh certo, non posso lamentarmi, ma mi scoccia un po’ ogni volta, mi sembra di non essermi guadagnato la paga...
- Sig è attualmente una referenza ineguagliabile in materia di interrogatorio. E' l'inquisitore privilegiato degli aristocratici dell’ambiente e viene chiamato per le questioni più spinose e delicate. I pesci piccoli sono per gli apprendisti. E sono io in un certo qual modo il suo agente. E' un libero professionista, come me, e lo raccomando sistematicamente ai miei committenti.
- Se mi posso permettere...
- Prego...
- Cosa fa lei, signore?
- Io purgo, dall'interno. Sistemo i disturbi intestinali in un certo senso, evacuo i vermi, i virus, i corpi estranei, tutto ciò che non può essere debellato "naturalmente". I miei contratti mi concedono la massima libertà di movimento. Osservo, viaggio dietro le quinte, scivolo nelle memorie, attraverso le coscienze come un animale familiare e quando ci si dimentica di me, afferro e stringo.
- Esatto! Un artista anche lui, il nostro Francky. Non si sa mai chi è il poveraccio di turno, o quando o dove o come lo farà fuori. E' un mago, uno vero. Ci siamo conosciuti io lo dovevo interrogare. Il mio boss allora lo trovava troppo furbo. Diceva sempre che non ci si può fidare di uno che non gli si vede il fondo degli occhi. E quindi bisognava verificare... Me l’hanno portato legato ad una pedana con un buco nella spalla e uno nella gamba. Cristo! Sembrava proprio Cristo ah ah ah. Ma mica si è lamentato o si è pisciato addosso come te, Mister se-mi-posso-permettere-un-cazzo...

Sig affondò l’indice nel petto dell’uomo. La brace del sigaro sfiorò un suo capezzolo e la cenere gli cadde sul pene. L’uomo sobbalzò e soffocò un gemito.

- In effetti, ho potuto verificare il talento di Sig in prima persona. Le mie ferite mi procuravano meno dolore...
- Grazie Francky. Ma quando mi ha detto che il mio boss aveva sgarrato e che il big boss voleva essere sicuro prima di farlo saltare, mi son detto che non avevo più nessuna ragione di lavorare per un morto. L’ho tirato fuori e me lo sono portato a spalla da un dottore che conosco. Non t'ho mai chiesto niente Francky, ma sei stato tu a farlo fuori, non è così?
- Vorresti sprecare un altro Havana per saperlo?…
- Aaah ah ah ah, sei sempre il solito...

Franck desse una rapida occhiata al suo orologio.

- Ora signori, mi dovete scusare, è stata una piacevole conversazione ma devo sbrigare una questione di lavoro.
- Tranquillo Francky, vai pure, il lavoro è il lavoro.
- Grazie Sig… Gentile signore, è stato un piacere conoscerla.
- Oh… Si figuri... Il piacere è stato tutto mio...
- Ciao Francky, passa quando vuoi, la mia porta è sempre aperta per te lo sai... Ok Mister me-la-sto-spassando-da-mezz'ora, basta con le chiacchiere. Dove eravamo rimasti?... Veloce, che il sigaro è quasi finito. Hai un’idea di quanto mi costa uno di questi cazzo?...

venerdì 18 giugno 2010

Lettere Matte: LA SINDROME DI BAUDELAIRE



Racconto di Esker Ridge


Opera selezionata da CREATIVITY STATION e letta nel corso della 4^ puntata del Lettere Matte Show





Lettere Matte: LA SINDROME DI BAUDELAIRE


lunedì 3 maggio 2010

Ti sta vedendo l'altra




Ti si sta vedendo l'altra.
Somiglia a te:
i passi, la stessa fronte aggrondata,
gli stessi tacchi alti
tutti macchiati di stelle.
Quando andrete per la strada
insieme, tutte e due,
che difficile sapere
chi sei, chi non sei tu!
Così uguali ormai, che sarà
impossibile continuare a vivere
così, essendo tanto uguali.
E siccome tu sei la fragile,
quella che appena esiste, tenerissima,
sei tu a dover morire.
Tu lascerai che ti uccida,
che continui a vivere lei,
la falsa tu, menzognera,
ma a te così somigliante
che nessuno ricorderà
tranne me, ciò che eri.
E verrà un giorno
- perché verrà, sì, verrà -
in cui guardandomi negli occhi
tu vedrai
che penso a lei e che la amo:
e vedrai che non sei tu.


Pedro Salinas (tratta da "La voce a te dovuta")


Foto: "Yin & Yang" di Sandra Q

giovedì 1 aprile 2010

Finale triste



Triste finale, vero amore mio? Non dormo e non veglio, non sogno e non penso e, sai, non è quel che hai detto o fatto o perché l'amore non ci è bastato più per salvarci; non è la frustrazione, non è la colera; è questa parola sola, ahimè mia, che mi divora e mi distrugge ora: bruttina... E vedo il tuo viso crollare attorno a quegli occhi troppo grandi per proteggerti, la tua smorfia di fastidio vacillare e fissarsi per un attimo in un ghigno di dolore e la tua bocca diventare la ferita sottile e stupita di una pugnalata veloce e improvvisa. Vedo la luce nei tuoi occhi arretrare e allontanarsi dall'iride e la bambina ritirarsi e raggomitolarsi nella parte di te che è sempre stata così sola e così spaventata e lì, nel buio, in silenzio, piangere. E adesso in ogni parte del mio corpo ogni mia cellula si consuma come bruciata dall'acido ma senza mai morire. Ben venga l'acido, ben venga il dolore, ben venga l'inferno, ben venga l'eternità! Ma è troppo tardi per cancellarla dalla tua memoria, dalla mia, da qualunque cosa abbia memoria. Avevo giurato di proteggerti ed eccomi qui con il coltello in mano...

...bruttina...

Non credermi, ti prego, non credermi mai più e pensa di me che sono un vile e un meno di niente, credici anzi, se ciò può aiutarti a dimenticare: e credici non perché lo sono stato, ma perché lo sono stato con te. Perché sei uno splendore invece, una meraviglia, imperfettamente bellissima come la bellezza che fa la storia della bellezza e che attraversa il tempo, sotto gli occhi di un'umanità sempre più incredula e cinica, senza mai appassire; sei la fanciulla sgusciata fuori da un ritratto del 500; sei la luce nei miei occhi, la gioia nel mio cuore e il calore del mio sangue. Sei troppo bella per me, ecco la verità. Ho rovinato il nostro finale con il veleno, una parola di troppo, inutile, falsa, mediocra e tremendamente cattiva, un morso, quando era proprio il linguaggio a celebrare e sublimare il nostro amore, ma è bastata questa fottuta parola e l'equivoco che finora vestiva i pani nobili della tragedia è diventato l'allucinazione e il farneticare di un vecchio barbone alcolizzato, anche se moriremo lo stesso, stasera e ogni sera della nostra vita, in questa nostra versione di Romeo e Giulietta. E' stato un colpo basso ed io non ero mai stato cattivo, finora, solo disperato. Allora è giunto il momento per me di chiudere tutto qui e pregare perché tu riesca a dimenticarmi al più presto e con me a seppellire per sempre questo mio miserabile e povero sussulto di orgoglio. Ora devo tacere, e nascondermi, senza fare rumore. E non farò più rumore, amore mio, te lo prometto.

Perdonami. Anzi, non perdonarmi.

sabato 30 gennaio 2010

non diventerai un'altra


succederà.
perché è inevitabile,
in un futuro prossimo, non dico subito, ma un giorno o l'altro,
succederà, e non lo saprò, anche se lo so già, come se fosse successo,
ieri, domani, 100 anni fa, fra 1000 anni, per l'eternità,
darai un bacio, ma non a me, abbraccerai, ma non me, e farai l'amore, ma non con me,
1000 volte, mille miliardi di volte, una volta sola, mai forse?
e anche se so che nessuno mai potrà amarti come ti amo io,
che nessuno mai ti bacerà e ti abbraccerà e ti farà l'amore
come lo faccio io,
perché nessuno mai potrà essere me,
- questo lo so per certo: chi potrebbe mai avere anche il nostro gatto? -,
tu non diventerai pertanto un'altra,
ieri, domani, 100 anni fa, fra 1000 anni, per l'eternità,
sarai sempre tu, la mia ragazza, il mio amore, la mia gioia, il mio dolore
con un altro,
1000 volte, mille miliardi di volte, una volta sola, mai forse?
tu contro altre labbra, tu in altre braccia, tu penetrata dal sesso di un altro,
tu felice e triste con un altro,
tu adorata e trattata male da un altro,
sarai sempre tu,
e quel pezzo di merda che non sarà mai il pezzo di merda che sono io,
- questo lo so per certo: chi potrebbe mai avere anche il nostro gatto? -,
quello forse non saprà chi sei, forse non sarà nemmeno capace di saperlo,
esso non ti conoscerà, o non vorrà conoscerti, quel idiota miserabile,
e tu, anche tu idiota, amore mio,
tu che non sai mai come ti si deve baciare e abbracciare e amare
perché non sai perché,
tu che non sai quale mondo sconfinato, quale vita straordinaria, quale sogno meraviglioso sei,
ieri, domani, 100 anni fa, fra 1000 anni, per l'eternità,
1000 volte, mille miliardi di volte, una volta sola, sempre
sarai sempre tu,
il mio mondo, la mia vita, il mio sogno,
che continuano, altrove, il loro corso
senza di me.

venerdì 29 gennaio 2010

Segni di storia

Abbiamo tutti bisogno di riconoscere simboli nelle cose che ci circondano e che ci succedono, per fissare nel tempo, nello spazio e nel caos di eventi che ci piovono addosso ogni giorno, i momenti importanti - brutti e belli - della nostra vita. Forse è per dare loro un inizio e una fine ben delimitati, tra un infinito e l'altro, per distinguerli, così come cerchiamo di individuare le costellazioni nella miriade di stelle la notte, o un senso che ci permetta di pensare, o perlomeno credere, che la nostra vita, le nostre decisioni e le nostre azioni non siano sgorbi del fato o bolle del nulla ma siano in mano di qualche potenza superiore e facciano parte di un disegno globale in cui siamo protagonisti, talvolta eroi grandiosi e forti, più spesso tristi e sconfitti, ma pur sempre eroi e in questo senso, personaggi di una storia. Perché è sempre la storia che conta, che ci da' spessore, sostanza e peso, e di cui ci ricordiamo, ricordando, assieme e grazie a lei, i suoi personaggi. Non c'è storia senza personaggi; nessuno sopravvive al di fuori di una storia.

Giovedì scorso ci siamo lasciati, dopo una lite di cui non ricordo nemmeno il motivo. Son tornato a casa e l'orologio appeso in cucina si era fermato. E stasera, dopo la sua chiamata, per la prima volta da quando vivo qui, il nostro gatto ha fatto uscire il cassetto di vimini in cui avevo raggruppato tutte le sue cose e l'ha rovesciato, spargendone il contenuto sul pavimento.

Non so come interpretare questi piccoli eventi, se sono dei segni e se hanno un senso che devo scoprire. Non so se faccio parte di una storia, se è la mia, se ne sono protagonista o solo comparsa, né so se questi mi dicono che ne sono ormai fuori.

So solo che al telefono mi ha detto che tutto era finito.

Potessimo scegliere le storie in cui veniamo coinvolti. Potessimo far parte delle storie che ci inventiamo.

My one and only love

Reset

Non sapeva se stesse facendo bene o meno, non se lo era chiesto fino a quando non si era ritrovato sotto casa sua. Non c'era stata strada, non ricordava di averla percorsa, o aveva tenuto gli occhi chiusi tutto il tempo?, era stato solo un impulso, un innocente impulso, qualcosa di estremamente semplice e al tempo stesso compatto, intenso, veloce, chiaro, scattato dalla sua telefonata poco prima, dal suo tono di voce, dal suo respiro, da un sospiro, che ne sapeva in fondo, pensava di conoscerla così bene?, ed era diventato qualcosa di ipnotico, possente e irresistibile, come un vento propizio che da questa apparente e breve tregua, da questa loro conversazione leggera e insensata, si era improvvisamente alzato e lo aveva pervaso e sollevato dalla sua sedia e spinto a uscire come un sonnambulo. Era sicuro che avrebbe trovato il suo portone aperto, le scale accese, e davanti la sua porta, aperta anch'essa, sulla soglia, era sicuro che avrebbe trovato lei, un po’ nascosta dallo stipite, nella camicia da notte trasparente che gli piaceva tanto, e, come in uno specchio magico, profondo come il suo corridoio, che si sarebbe mossa esattamente come lui perché stava provando lo stesso impulso, la stessa commozione, lo stesso slancio, era sicuro che lo aspettasse, si disse, per abbracciarlo, per baciarlo, per farlo entrare, per farlo restare, per stare con lui, per stare bene, per tutta la vita, esattamente come voleva lui.

Ma aveva chiamato, invece. Il portone era chiuso. E dopo la terza chiamata senza risposta, aveva suonato al citofono. Si era addormentata, gli disse lei, subito dopo la sua chiamata, alle 22:30, quando solitamente bisognava spararle per farla andare a letto prima dell'una di notte. Era meglio che tornasse a casa, era stanca, voleva dormire ora. Pensava di conoscerla così bene?

Perché gli stimoli fanno fare le ore piccole mentre l’amore fa addormentare? E' un po' come il libro che sta sempre sul comò, l'amore, che si apre soltanto e si legge appena per farsi venire il sonno. O la preghiera serale, per farsi perdonare gli stimoli della giornata. O ancora la chiamata rassicurante per chiudere bene una giornata vuota. Mentre lo stimolo era il bicchiere sempre pieno, la faccia sempre nuova, la memoria azzerata, il cuore lavato, il desiderio puro, l'incognito... Reset!

In confronto all'andata, il ritorno era stato tutto in salita e non sapeva bene se era perché contava i passi che lo separavano da casa sua o quelli che lo allontanavano da casa di lei, ma erano stati passi pesanti e sofferti. Sarebbe stato davvero bello, sì, quasi perfetto, si ripeteva mentre affrontava le scale per raggiungere il suo piano, se lei avesse aperto e invitato a salire, senza discutere, senza esitare, senza aprire bocca, come se fosse stata la cosa migliore da fare, o meglio ancora, l'unica cosa da fare. Senza ripensamento. Ma sarebbe stato anche troppo. Non succedevano più queste cose. Lei doveva poter sempre pensare, pesare, valutare, controllare, per, infine, poter decidere. Perché l'amore era una cosa seria. E perché ormai c'era la sua privacy. Perché, infatti, avrebbe dovuto sapere se lo aveva tradito, o se lo aveva rimpiazzato, con chi, quando, dove? Perché insisteva tanto a volerlo sapere? A che pro? Bastava che sapesse perché non lo amava più: perché l'amore cambia pelle, gli aveva detto. Ma se avesse saputo qualcosa dei rettili, però, avrebbe forse usato una metafora meno debole. I rettili, come i ragni, cambiavano pelle per crescere, non per diventare uccelli o pesci. Non meritano la brutta reputazione che hanno.

Bé così avrebbe imparato a fidarsi ancora di ciò che sentiva con lei. Era così confuso. Non la capiva più. Non la conosceva più ed era successo in così poco tempo. Un attimo prima, gli sembrava. E ora quanto tempo sarebbe passato prima che lei venisse assorbita dalla massa di tutte le altre? Era già iniziato? Era già un’altra? Non voleva saperlo. No! Sì! No! Sì! Non voleva questo. Non lo voleva proprio. Non aveva mai voluto questo.

Aveva scelta forse?

No.


venerdì 22 gennaio 2010

Noi saremo

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?
Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.
Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l'anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?

Paul Verlaine