giovedì 12 febbraio 2009

La sindrome di Beaudelaire (da Misure di morte)

Tornò sui suoi passi e le diede un’altra pedata in faccia.
“- Ti avevo detto di stare zitta, stronza!”
Le aveva detto anche: non muoverti, non toccarmi, non guardarmi. E prima ancora: lavati con questo, niente profumo, nessuna biancheria. Niente di personale. L’aveva pure pagata bene per questo ma era stato più forte di lei.
“- Ti piace così eh?” aveva detto dopo un po’.
“- Zitta per favore…”
“- Tu sì che sei un po’ strano eh?” aveva proseguito.
“- Vuoi stare zitta cazzo!?”
“- Ooh calmati bello eh?… Se non si può nemmeno respirare trovati una morta allora!”
“- Sarai tu se non stai zitta…”
“- Ma chi cazzo sei? Sei pazzo!?… Ma capitano solo a me quelli… Basta! Vattene via! Via! Subito!”
Si era divincolata respingendolo con forza con le mani e le gambe ed era scivolata fuori dal letto. Si era messo a strillare e a gesticolare come una demente. Non aveva avuto paura abbastanza quando si era alzato e le si era avvicinato. Non aveva pianto dopo il primo schiaffo. E ora giaceva sul pavimento, con il collo spezzato e una faccia che non somigliava più a nessuna.
“- Non avevo finito… Puttana…”
Non gli piacevano le donne. Nessuna. O forse quando piangevano. Sì, erano belle quando piangevano, tutte, ma solo in quel momento. Il loro viso convulso e bagnato di lacrime aveva qualcosa di magnetico, s’illuminava di luce propria e lo alleviava per un po’ dal suo tormento. Ma non tutte piangevano. Ed erano il mezzo incontornabile attraverso il quale riusciva a raggiungere una pace necessaria, vitale, seppure momentanea. Era costretto a fare quella cosa con loro. Per forza. Ne aveva bisogno. Ma solo in determinate condizioni. Le odiava, non tanto per quel che doveva compiere con il loro corpo, ma perché erano lì, e perché potevano guardarlo, sentirlo, pensarlo mentre era nelle loro mani e si agitava e sudava sopra il loro corpo, debole, ridicolo e volgare come una lurida scimmia appesa ad un sottile ramo di vetro, incosciente e vulnerabile fino a quando il ramo non si spezzava e non lo liberava dal loro ventre permettendogli di essere di nuovo se stesso. Perciò non dovevano guardarlo, non dovevano toccarlo e non dovevano assolutamente parlargli.
Scese nella prima stazione metropolitana che trovò sul suo cammino e si presentò agli sportelli automatici. La ragazza era di spalle, lo sguardo rivolto verso il retro di un distributore di biglietti. Era immobile, e avrebbe potuto illudere una mente all'erta come un manichino pubblicitario dimenticato lì se dopo un po' non si fosse strofinata il naso con il dorso della mano. Si fermò e la osservò meglio. Con quei vestiti sembrava una di quelle rom che fanno l’elemosina per le vie della città. La ragazza si strofinò di nuovo il naso e si asciugò la bocca con la manica della sua giacca di lana, macchiandola di aloni scuri. Lui si avvicinò di qualche passo e cercò di vederle la faccia. Lei lo senti perché girò leggermente la testa. Gli rivolse uno sguardo veloce con la coda dell’occhio. Poi si nascose di nuovo dietro la capigliatura disordinata. Tirò su con il naso. Lui si avvicinò ancora.
“- Tutto bene?...” disse. Annusò l’aria e provò a sentire un odore o un suono qualunque.
“- Allora? Stai bene?...” La ragazza si girò e lo fissò senza nessun’esitazione. Il suo sguardo era senza espressione ma deciso. Aveva un livido recente sullo zigomo e sangue strofinato attorno al naso e sulle guance. Il labbro superiore era gonfio e percorso da un lieve tremore. Piangeva, ma senza rumore, come se non sapesse di piangere. Lui si frugò nelle tasche alla ricerca di fazzoletti ma scorse l’insegna di un tabaccaio più avanti nella galleria.
“- Aspettami qui…” Quando tornò la ragazza era sparita. La cercò tra un’estremità e l’altra della galleria e la vide appena in tempo sulla scala mobile mentre veniva assorbita dalle luci della superficie.

La ragazza lo stava aspettando sul marciapiede di fronte alle porte della stazione. O così gli sembrò perché lo stava già guardando mentre sbucava dalle scale. La raggiunse e le si piazzò davanti. Non piangeva più. Non esprimeva né paura, né dolore, né tristezza, né fastidio, semplicemente lo fissava. Tendeva la mano palmo in su. Le porse i fazzoletti e provò a sorriderle. Ma lei non si mosse. Non espresse nulla. Continuò a fissarlo.
“- Hai fame?” le chiese. Fece forse segno di sì e lui s’incamminò verso uno snack bar dall’altra parte della strada. Non provò a voltarsi ma sperava che lo stesse seguendo.

1 commento:

Sandra Q ha detto...

Pù è troppo vecchio questo post... scrivi!!