mercoledì 17 settembre 2008

La profondità di un’arancia

Non la cercavo, ma come spesso succede, evitare una persona è come doverla incontrare. Volevo uscire però. Volevo camminare un po’. Dovevo capire. Potevo farcela. Potevo aiutarla. Non ci voleva molto insomma. Non c’era altro che contasse veramente, niente in vita mia di realmente più importante, neanche il mio orgoglio. E allora cosa aspettavo? Voleva solo che mi arrendessi o che me ne andassi. Mi aveva fregato. Mi aveva sconfitto. D’accordo.

Tutto era andato cosi in fretta. Credevo sempre di avere il tempo. Credevo che avrei trovato la strada giusta. Ma tutto è troppo veloce quando si è in due e troppo lento quando si è soli, con tutto quello che ci viene da pensare e che non riusciamo a dire. Il silenzio ha già detto tutto. Il silenzio sa. O così sembra: possiamo sempre fare finta di sapere o di aver capito tutto, stando zitti. Le parole invece cercano sempre qualcosa, le parole sperano, le parole tradiscono. Ed io ho sempre parlato troppo.

“- Oh ciao…” dissi fiaccamente. Staccai il pensiero da lei e rientrai strisciando in me stesso. Era probabilmente solo una sensazione, ma in molte occasioni mi aveva lasciato il dubbio che riuscisse a leggere il mio pensiero, addirittura ciò che avevo solo intuito e rimandato giù immediatamente. Provavo una vergogna oscura quando mi ritrovavo per caso davanti a lei, come uno scolaretto sorpreso mentre sta uscendo da un cinema porno. Come se mi ritrovassi improvvisamente nudo, ma troppo nudo, e stupido, ma troppo stupido. Ho pensato che era perché non le volevo nascondere niente. O perché le volevo nascondere tutto. O fingeva lei, ma non ci avrei scommesso un centesimo. O semplicemente era perché la amavo. Ma ora?

“- Ciao. Che c’è?” … La amavo ancora.
“- Niente… niente. Stavo solo prendendo un po’ d’aria. Non m’aspettavo di incontrarti...” Era vero questo. Anzi non lo volevo proprio. Non adesso. Non ero ancora pronto per affrontarla.
“- Lo so che non mi cercavi.” Come non pensato...
“- No… no, non è questo. Ma… che ci fai tu qui?...” Accidenti a me! Che me ne fregava ora?
“- Ma che te ne frega a te ora?” Ecco. Cosa dicevo. Leggeva i miei pensieri. Ero fregato.
“- Niente… non… niente. Cioè…” Andava alla grande.
“- Appunto! Niente! Non te ne frega niente! Non vuoi niente! Allora cosa vuoi da me ora? Che cosa vuoi?!” Lo sapevo, la conoscevo, poteva andare avanti così fino all’estinzione della razza umana. E forse proprio per questo si sarebbe estinta, fermandosi e ascoltando il nostro assurdo dialogo di sordi. Bastava stare al gioco. Avevo già perso, cosa m’importava ora.
“- Ma… niente… cioè voglio dire che ero solo uscito per…” Pensare ad altro, presto, ad una cosa assurda, di solito, la faceva smettere, come colpita improvvisamente dalla perplessità. Pensare a… a… alla profondità di un’arancia! Ecco, sì. La profondità di un’arancia…
“- Niente! Appunto! Mi fermi per strada. Hai sempre questa faccia da cane legato ad un albero ma non vuoi niente, non te ne frega niente di niente! Non ti sopporto! Ma… mi ascolti?!...” La profondità di un’arancia quindi… “- Ma… Che diavolo?...Che ti prende?...Cos’è questa faccia ora?...” La… profondità… di… una… arancia… “- Stavo dicendo quindi…” La-profondità-di-una-arancia… La-profondità-di-una-arancia… “- …brrrrr… Fa freddo qui. Ho bisogno di prendere qualcosa di caldo... Andiamo…” Ooooooh.. Aveva funzionato! Ma quant’era irritante il suo solito modo impersonale di invitarmi a bere un caffè.

Voltò le spalle e scattò verso una destinazione ignota. M’incamminai sulla sua scia. Feci fatica a raggiungerla e a starle al passo. Mi sentivo ridicolo ma non ebbi il tempo di protestare, perché ogni volta che si fermava e modificava il suo percorso, o mi imbattevo in lei e si infastidiva o mi ritrovavo improvvisamente solo. Non si girò mai per controllare se la stessi seguendo ancora né mi parlò finché non avemmo raggiunto il bar che sembrava avere avvistato e puntato dal principio: “- Qui...” e poi un altro “- Qui...”, quando ci sedemmo ad un tavolo. Il locale era vuoto. Il cameriere ci raggiunse immediatamente. Non disse nulla. Mi fissò solamente con un sorriso che giudicai dispettoso o impertinente o ancora troppo confidenziale, - od era semplicemente comprensivo? -, in ogni caso era un sorriso troppo complesso per non essere ambiguo in una situazione simile tra due perfetti sconosciuti. Non mi piacque. Lo sospettai immediatamente. Mi chiesi se anche lui avesse la capacità di leggere i miei pensieri. Ma non gli detti niente da vedere. Chiesi la prima cosa che mi giunse in mente.
“- Una spremuta d’arancia per me…” Fu una scelta logica tutto sommato. Ispirata. Ed una precauzione. Ne fui abbastanza soddisfatto. Sorrisi a mia volta, con aria contenta e fiduciosa e mi distesi sulla mia sedia.
“- Una spremuta d’arancia?! Ma se non hai mai preso una spremuta d’arancia da quando ti conosco?...” Mi guardava, accigliata e sospettosa. Ciò mi rassicurò. Poteva bastare forse per toglierle un po’ della sua bella arroganza…
“- Le persone cambiano…” Doveva capire che non ero più lo stesso. Il cameriere sembrava divertito e proseguì. “Per lei?” Si voltò allora verso di lei, inclinando leggermente la testa verso la spalla e il suo sorriso diventò subito più naturale, più gioviale, quasi complice. Aveva scoperto i denti addirittura e tutto il suo viso era risalito di un paio di centimetri.
“- Una cioccolata calda, grazie…” Lo disse con un’aria contrita che mi offese. Ricambiò il sorriso del cameriere fissandolo negli occhi. Un sorriso che si innalzò, radioso, incendiando i suoi grandi occhi neri, uno sguardo che non mi faceva più da mesi, pieno e tenero, come se la sua anima li avesse aperti per affacciarvisi. Era bellissima. Fu un brutto colpo. Rimasero a guardarsi così in silenzio per un secondo. Poi due. Uno di troppo. Non resistetti però e mi fermai anch’io a guardarla, beatamente. Mi chiesi poi se lo facesse apposta, per me, per dispetto? O era possibile che si conoscessero? Insomma, aveva scelto questo bar con una determinazione occulta e intrapreso una specie di corsa tra i passanti e le auto senza preoccuparsi minimamente della mia presenza. Conclusi che ero in terreno nemico. Decisi di interromperli.
“- Mi scusi…” Entrambi voltarono la testa verso di me, un po’ sbigottiti. I loro sorrisi calarono insieme e gli sguardi si fecero cupi, percorsi per un attimo dallo stesso lampo di una luce feroce e malvagia. Mi stupì. Lui soffiò un “- Siii?...” infastidito e ossequioso. Ecco, sì, che tornasse a fare il suo mestiere quello…
“- Mi porta per favore un po’ di zucchero di canna?” Girai l’indice sopra il mio polso senza orologio. “- Ci scusi tanto ma avremmo un po’ di fretta…” Gli scagliai un sorriso glaciale. Volevo che capisse che avevo capito.
“- Certamente… Arrivo subito.” Scivolò tra i tavoli e passò dietro al bancone.
“- Ma quale fretta?!.. Sei impazzito stasera? E lo zucchero ora? Non metti mai zucchero nelle tue bevande!” Mi rattristò il fatto che pensasse che non potessi cambiare. Ma essendo io meno prevedibile, lei diventava più vulnerabile. Pensava di conoscermi ma sbagliava.
“- E’ per l’acidità… sai, gli agrumi sono un po’ aggressivi… Ed ho lo stomaco un po’ debole ultimamente…”
“- Molto divertente… Ma non ti ho chiesto di venire qui con me per farmi ridere.” Di venire qui con me… Ma chi credeva di essere? Con chi diavolo stava parlando?
“- Non mi hai esattamente invitato a venire, ho scelto io di seguirti.” Mi stava venendo il fuoco alle guance e alle orecchie. Voleva provocarmi. Dovevo stare calmo.
“- Come vuoi. Intanto vorrei parlare con te, senza che tu mi interrompa ogni secondo. Ho bisogno di tutta la tua attenzione. Ho bisogno che tu capisca bene ciò che sto per dirti. Perché non tenterò più di spiegartelo. Non ci sarà un'altra volta questa volta. ” Iniziava sempre così. Avevo comunque deciso di aiutarla, e se era questo che voleva, l’avrei ascoltata ancora questa volta. Dopo tutto, non era per questo motivo che ero uscito? Alzai le mani in segno di resa. Trattenni un sorriso. Era più forte di me. Tutto diventava così serio con lei.
“- Ok, spara.” Pensava forse che ero già steso per terra, ma sbagliava. Ero solo curioso di sapere come mi avrebbe liquidato.
“- E’ abbastanza difficile per me dirti quel che sto per dirti. Perciò, ti prego, aiutami. La nostra relazione non ha più motivo di essere. In poche parole, se mi ami ancora, mi devi lasciare…” Come?!... Voleva che la lasciassi io! Per amore?
“- Vuoi che ti lasci io?!... Mi prendi in giro?” Era impazzita! Non potevo lasciarla continuare a…
“- Lasciami finire per favore!...” Aveva praticamente urlato. Guardai il cameriere giusto in tempo per vedergli cancellare una smorfia. Lei si fissò un attimo le mani in grembo, e riprese a parlare, a voce bassa, “- Ascolta, ti prego, non interrompermi…” Alzò la testa e mi guardò. Sembrava aver difficoltà a vedermi, come assorta nei suoi pensieri. Ma cosa stava cercando? “- Mi rivolgo ora al tuo amore per me, perché è l’unica cosa in cui dimostri certezza, coerenza e continuità. Se il tuo amore per me è, come ami ripetere, più importante e più forte di tutto, se io sono più importante di te stesso, se mi ami a questo punto quindi, e non vorrei dubitarne in questo momento, ti chiedo di lasciarmi andare in pace. Non devi più scrivermi, né telefonarmi, né cercare di incontrarmi, mai più, per nessun motivo, o finirò per impazzire e ammalarmi seriamente. Sono molto seria. Fallo per me quindi, se mi ami…” Era proprio questo che non volevo sentire. Mi aveva incastrato. Se mi ami… Se mi ami… Ora mi ricattava con i miei sentimenti. Era stupenda. Per un secondo provai per lei un ammirazione sconfinata, subito schiaffeggiata da un odio feroce e vendicatore. Dovevo controllarmi. Mi aveva spinto alle corde. Ma non mi sarei arreso senza lottare...
“- E se non è ciò che voglio, come faccio ad aiutarti?” La guardai dritto negli occhi, sfidandola. Mi conosceva così poco? Pensava forse che ero diventato un invertebrato, senza orgoglio né dignità, e che mi poteva piegare come voleva? Di sicuro non le avrei permesso di lasciarmi, non in questo modo…
“- Girala come vuoi. Diremo che mi hai lasciato tu. Il motivo valido lo troverai tu, per te, e per gli altri se necessario. La tua dignità sarà salva… o il tuo orgoglio, se preferisci.” La mia schiena si stava trasformando in una catena di cubi di ghiaccio. E non aveva ancora finito. Proseguì. “- Ho quasi finito. Ascoltami un attimo ancora. E’ meglio così. E’ meglio per tutti e due. Credimi per una volta. Non sono quella che pensi. Non sono quella che vuoi, meno ancora quella di cui hai bisogno.” Ero a corto di replica. Dovevo pensare ad una soluzione alla svelta. Dovevo guadagnare un po’ di tempo…
“- Che ne sai tu dei miei bisogni o di ciò che voglio veramente?” Non riuscivo più ad articolare. Mi ero irrigidito sulla mia sedia. Sentivo gocce di sudore freddo che mi scivolavano sotto le braccia e lungo i fianchi. Cercai un aiuto qualunque dal cameriere ma lo ritrovai dietro al bancone, ancora impegnato a spremere le arance.
“- Appunto, non lo so. Non l’ho mai saputo. Ci ho provato. Ti giuro che ci ho provato. Ma sei o troppo schivo, o troppo prepotente. Ed io sono troppo debole. Non riesco a insistere o a resistere oltre un certo limite.” Era sincera. O era molto brava. Ma non c’erano dubbi, era molto seria. Dovevo fare qualcosa… Mi stava lasciando veramente... Non era possibile… Non volevo questo…
“- Ma non me l’hai mai detto questo...” Non era vero, me l’aveva detto, ma erano state sempre frasi dette senza convinzione. Intanto bisognava fermarla… Ecco! Se fossi riuscito a confonderla, avrebbe finito per tacere…
“- Sai benissimo che non è vero! Te l’ho detto in mille modi un milione di volte, ma sembrava che non avesse la minima importanza per te. Mentre ti consumavi per giorni interi su problemi irrilevanti. Credo fosse solo per confondermi un po’ di più e farmi tacere.” Mi tornò un dubbio atroce… Era sulle mie tracce da un po’. Mi stava leggendo i pensieri! Erano loro a tradirmi! Da sempre! Oh Dio… Presto! Pensare… Intanto rispondere qualcosa…
“- So di poter dare questa impressione, ma credimi, non è vero. E’ solo che ho delle necessità molto diverse da quelle degli altri. Non potremmo provare ora a conoscerci su nuove basi?...” Dovevo trovare una soluzione… Presto… Sì! Ecco! Dirottare il suo pensiero. Così… Non lasciarmi… No… Non lasciarmi… Hai torto… Mi ami… Mi ami…
“- Ora non m’importa più sapere chi sei, ciò che vuoi, ciò che fai, ciò che diventerai o meno. Perché ho finalmente capito che non importa a te stesso.” Smettila... Non dirmi queste cose…Ti prego… Mi ami… Dì che mi ami… Non lasciarmi…
“- Perché ti dico queste cose? Sarà perché le cose che vedo e sento pian piano fanno il loro cammino nella mia mente. Non sono mica idiota, o come ripetevi sempre, confusa. Per te tutto diventa una pura formalità. Vivi e ami come un burocrate, in modo del tutto impersonale. Non conta che abbia un senso o meno nella tua vita. Lo fai perché devi. Perché non ti costa niente cambiare. Credi persino che sia un dovere che superi il diritto di essere te stesso. Mentre ritengo che era un tuo dovere essere te stesso con me, anche contro di me. Soffrivi realmente ogni volta che provavo ad allontanarmi, ma non ero io a mancarti, mancavi solo a te stesso.” Mi accorsi che avevo smesso di respirare. La fissavo, immobile…
“- Ecco la cioccolata calda per lei…” Giusto in tempo, stavo per scoppiare…
“- Grazie.” Dovevo continuare a fissarla. Non dovevo perdere il contatto.
“- E la spremuta d’arancia. Ecco lo zucchero di canna… e il cucchiaino.” Lo ignorai. Stava cercando di distrarmi. Continuai a fissarla… Non lasciarmi… Hai bisogno di me…
“- Se serve qualcosa, sono a vostra disposizione…”
“- Molto gentile, grazie.” Sorrise. Non sembrava affatto turbata. Fingeva. Sicuro. Aspettai che il cameriere si allontanasse e le presi la mano sopra il tavolo. Era un tentativo disperato ma poteva funzionare… Doveva.
“- Ma io ti amo! Ti amo davvero… E anche tu mi ami… ” Ero ridicolo… Non lasciarmi… Stai con me… Ti prego…
“- Non essere ridicolo ora… Mi ami, lo so, me l’hai detto tante di quelle volte che non so neanche più ora cosa vuole dire. Ho bisogno di un uomo da amare, non di amare il suo amore per me. Preferivo l’uomo che non mi amava, che non lo sapeva ancora. Eri più… come dire.. tangibile ecco. Mi sembra strano dirtelo così ma eri un altro. Eri forse veramente tu allora. E ti ho amato, davvero. Almeno credo. Perché poi sei cambiato così in fretta che non ho mai potuto accertarmene. Sei.. come dire… sparito.” Risentivo amaramente l’assurdo della situazione. Mi resi conto che non solo tutto quello che ero stato e tutto quello che avevo fatto con tanto amore non era servito a nulla, ma che tutto ciò per lei non aveva avuto nessun significato, che tutto si era svolto in realtà con un altro, e che quest’altro ero io… Ma potevo ora lottare contro me stesso?... “- Capisci che non posso più stare con te? Perché non so più con chi dovrei stare. Questa è la verità. Credo sia stata colpa mia in gran parte. Ho rimandato troppe volte questa mia decisione.” La profondità di un’arancia… “- Non mi piace ciò che hai fatto di me nella tua vita e ciò che ne risulta ora per me nella mia. Non mi riconosco in te. Non mi riconosco più.” La profondità di un’arancia… “- Perché non hai misura. Sei senza freno, senza limiti. Sei eccessivo e a volte anche ossessivo. Altre volte sei totalmente indifferente e passivo. O è tutto o non è più niente. Passi da una cosa all’altra e da uno stato all’altro con una facilità disarmante e piuttosto preoccupante per dir la verità!” La profondità di un’arancia… “- Non rispondi? Stai giocando, come sempre. Ma non mi lascerò ingannare, non cederò questa volta. Non cederò...” La profondità di un’arancia… “- Devo andare adesso. Non prendertela. E’ meglio così, credimi… Non mi saluti?...” La profondità di un’arancia… “- Ciao allora…” La profondità di un’arancia… La profondità di un’arancia… La profondità di un’arancia…“- La profondità di un’arancia…”

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