lunedì 26 maggio 2008

L'amico Franck (da Misure di morte)

Uno

Sempre a questa ora, un po’ prima della luce, Franck andava ad ascoltare i propri passi risuonare sui mattoni lungo le sponde del fiume. La Senna l’accompagnava, scivolando dolcemente al suo fianco come un animale agile e scintillante, e si strusciava contro gli argini con un sibilo dolce e ipnotico, liscia e calma come un sogno da svegli. Avevano una complicità tacita e silenziosa e condividevano gli stessi segreti: era infatti questo lungo e largo serpente di mercurio che inghiottiva compiacente tutti quelli che lui freddava, e che restituiva da qualche parte tra Parigi e Le Havre soltanto quando il loro degrado non permetteva più di identificarli e di effettuare ricerche. Era la sua migliore e unica alleata, la sua confidente e la compagna ideale: era sempre lei e non era mai la stessa.

Più tardi sarebbe andato a suonare da Martin, che sarebbe stato lì, lo sapeva, e gli avrebbe detto, ne era sicuro: “- Jean, vecchio mio, sei caduto dal letto, cosa ti porta qui a quest’ora? Dai entra…” o qualcosa del genere. Martin conosceva solo Jean, una delle sue numerose identità, mentre Franck conosceva Martin a fondo adesso, pure troppo: era giunto il momento di concludere. Lo avrebbe eliminato, era il contratto, e ciò bastava. Lo avrebbe fatto bene, come al solito, per un po’ sarebbe sembrata una fuga all’estero, finché non avrebbero ritrovato il suo cadavere. Se mai l’avessero ritrovato.

Era il momento in cui la città aspettava la sua razione d’aria e di luce per la giornata. Si accese una sigaretta e continuò a risalire la sponda della Rive Gauche fino al ponte Neuf dove si sedette su una panchina e osservò per un momento l’Ile de la Cité, sovrastata dalle due torri di Notre Dame che s’innalzavano come le ciminiere di un battello gigantesco e immobile che da secoli portava le anime deboli per un viaggio senza ritorno. Si chiese se Martin si fosse mai preparato per un tale viaggio, se avesse mai rappresentato la propria morte - e un suo ipotetico svolgimento -, e se la stesse custodendo con timore riverente o semplice noncuranza, come un altro se stesso nascosto dietro una maschera di ferro e confinato in un angolo ristretto e buio della mente. Non avevano mai parlato della morte insieme. Ora Franck ne sarebbe stato il regista, se ne sarebbe appropriato e Martin non avrebbe potuto recitare, ancor meno improvvisare: era già interamente pianificata. Gli avrebbe tolto la vita ma anche l’idea stessa della morte, cosicché non avrebbe capito che stesse morendo veramente: Martin era morto quando Franck era entrato nella sua vita.

Ripassò mentalmente il programma della giornata. Si chiese dove, a casa di Martin, si sarebbe concluso il loro lungo e intenso rapporto: in cucina? Nel corridoio? Nel bagno? Subito nell’ingresso? Probabilmente si. Sperava che tutto si svolgesse molto velocemente, senza dover rincorrere l’amico nell’appartamento e soprattutto senza lamenti o urli, era questo che lo preoccupava. Ciò lo disgustava in realtà. Questa mancanza di dignità davanti la morte quando è ineluttabile, lo faceva vomitare. No, non gliene avrebbe lasciato il tempo, non gli avrebbe permesso di cedere al panico e perdere la sua dignità piangendo e chiedendo pietà, o ancora tentando di giustificare un errore di cui lui non sapeva nulla. Era totalmente inutile, ed era fuori luogo. Franck sapeva solo chi, come e quando, mai perché. Non lo voleva proprio sapere semplicemente perché non gliene importava, non faceva parte delle sue ragioni di vita. Il perché apriva sempre la dimensione morale in una faccenda e rendeva tutto subito più pesante e confuso; il perché conduceva alla menzogna, all’irresponsabilità, al tradimento, al caos, si moltiplicava e si diffondeva come un virus, era la piaga che conduceva lentamente l’umanità verso la sua estinzione, perché non si sarebbe più potuta muovere, sempre più impacciata nell’attesa di ragioni nuove e migliori di muoversi: la coerenza e la lealtà di ognuno soltanto, verso i propri gusti, istinti, desideri e sogni potevano salvarla.

Più tardi Franck avrebbe abbracciato Martin affettuosamente, avrebbe pronunciato il nome del suo mandante sussurrandoglielo dolcemente all’orecchio, lasciandogli un secondo o due per capire mentre coglieva lo stupore e l’incomprensione nell’espressione e nello sguardo del suo amico come primo compenso; nel frattempo avrebbe piazzato lestamente una punta d’acciaio lunga e sottile tra i loro petti e appoggiato la base di legno sul proprio sterno; unendo infine le mani dietro la schiena di Martin avrebbe chiuso l’abbraccio e iniziato a stringere lentamente la morsa infilzandola risolutamente diritto nel cuore. E tutto sarebbe finito lì. Avrebbe accompagnato cautamente la caduta del corpo compiendo l’ultimo passo di un tango letale e mentre Martin si sarebbe accasciato per terra come un pupazzo invertebrato, si sarebbe inginocchiato velocemente all’altezza del petto, togliendone il punteruolo e avvicinandovi l’orecchio… Non aveva rinunciato al sangue, benché fosse più difficile da gestire ed esistessero mille modi più efficaci e più puliti per ammazzare qualcuno. Ma non poteva rinunciarvi, doveva ascoltare ogni volta il sangue colare dal taglio sottile e sentire il cuore boccheggiare e dimenarsi impotente mentre si svuotava e annegava nella propria linfa con un sibilo dolce e ipnotico. La scena si sarebbe svolta senza grida e senza urti, liscia e calma come un sogno da svegli.

Gli piaceva Martin, cosi come gli era piaciuto tutto il tempo che aveva trascorso assieme a lui. Era un gran bel amico, probabilmente la vittima più cara fino ad ora. Ma era questo il suo metodo: fare parte della vita privata delle vittime, entrare nei loro cuori, occupare il loro presente in tale modo da sembrare di far parte del loro passato, conoscere tutto delle loro abitudini, dei loro vizi, e dei loro sogni. Per questo motivo, la durata di un rapporto era variabile. Decideva di agire soltanto quando era riuscito a cancellarsi di dosso ogni traccia di estraneità nel contesto quotidiano di ognuna. Si muoveva con empatia, e colpiva infine con empatia: voleva che ne valesse la pena, voleva che il suo sacrificio fosse importante quanto quello della loro vita, rinunciava ai propri sentimenti offrendoli come risarcimento per la loro uccisione, e come riscatto per la loro disgrazia. Poiché era un amico ad ucciderle, il suo tradimento toglieva loro la paura assieme ad ogni forma di colpa e le consegnava alla morte con una dignità intatta e l’anima in pace, rendendo tutto più leggero, più intimo e puro, e in un certo senso si, più bello. Era sicuramente l’amico più infido, ma al tempo stesso il nemico più fidato: lo stupore emarginava la sofferenza oltre i confini della coscienza, fissava la mente sul suo sguardo dolce e ipnotico, e non vi era mai nessuna lenta e dolorosa agonia. Era ancora un amico quando le accompagnava nella morte, e lui colpiva dolcemente, preso da una sorta di rapimento, e seguendo un rito crepuscolare della coscienza che si compiva al buio con la sola consapevolezza dei propri gesti. Un sogno.

Si sarebbe sbarazzato del cadavere di Martin la notte seguente, dopo avergli tolto i denti – le avrebbe soltanto limati probabilmente -, e tagliato le mani – o soltanto bruciato l’estremità delle dita - , per intralciarne il riconoscimento. Ma questa era solo la routine. Il contratto infatti prevedeva di cucirgli le labbra, le orecchie, e le palpebre con il filo da pesca, volutamente grosso e resistente, anche se la cosa delle tre scimmiette gli sembrava un po’ superata, e decisamente ridicola. Ma avrebbe provveduto ugualmente, perché questo era il messaggio che si voleva lasciare semmai un giorno fosse ricomparso il cadavere. La sua sparizione non sarebbe stata ignorata da alcuni: erano quelli che si voleva colpire veramente, perché non esisteva niente di più suggestivo e deterrente che l’assenza improvvisa, senza spostamento apparente e senza destinazione per coprirne il vuoto, creava un terrore insidioso e impalpabile che non si riusciva mai a collocare nello spazio e nel tempo, e che presto si insediava nelle menti, si impossessava della veglia, del sonno, del pensiero e dei sogni, muoveva le ombre negli angoli, e si spostava in margine della luce, con movimenti furtivi percepiti solo con la coda dell’occhio, mentre la vita diventava un teatro abbandonato e silenzioso di ombre baluginanti in periferia dello sguardo e di voci sottili e aguzze che bisbigliavano e ridevano sulla soglia dell’orecchio, un’unica e identica scena che si ripeteva all’infinito, sovrastata e assillata perennemente da una paura implacabile come il sole nel deserto.

Intanto avrebbe goduto un po’ di riposo, guardando un paio di film della vasta raccolta di dvd di Martin, bevendo una delle sue ottime bottiglie di vino, magari spiccando la giornata con un pisolino di un paio di ore; in seguito avrebbe messo il cd del requiem di Mozart che aveva regalato a Martin – lo regalava sempre pur di averlo sempre a portata di mano - nello stereo e avrebbe ripulito la casa da cima a fondo e svuotato cassetti e armadi in tutte le valigie e borse che avrebbe trovato. Allora avrebbe dato inizio all’ultimo viaggio del suo defunto amico, preparandolo accuratamente come le spoglie di un faraone per la sua consegna al popolo dell’al-di-là, - e alla Senna -, liscia e calma come un sogno da svegli.

Due

“- Jean, vecchio mio, sei caduto dal letto, cosa ti porta qui a quest’ora? Dai entra… Caffè?…”
“- Ciao Martin. Volentieri.”
“- Lungo, vero? L’ho appena fatto. Tutto bene?”
“- Si, certo, tu?”
“- Al solito, una serata di merda ieri. Sai, Wanda, quella troietta che avevo attraccato da Lou’s la settimana scorsa?… Beh mi ha mollato per quel coglione di Doug… Ma ci credi tu? Doug!… Quell’imbecille!… Le ho chiesto una spiegazione e sai cosa mi ha risposto? Che non poteva stare con un perdente! Io? Un perdente!… Ma ti rendi conto Jean?… Ehi… Che fai?… Mi abbracci ora?… “
“- Si Martin…”
“- Cosa c’è che non va? C’hai un problema? Vuoi parlarne?…”
“- Paul Danton…”
“- Paul… Danton… Ma ch…”

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