martedì 9 dicembre 2008

Una bella canzone

Una bella canzone dice sempre che poteva essere ancora più bello, che anche gli errori erano belli, ma soprattutto che non siamo noi quelli della canzone, che saremmo potuti esserli, che però non ce la dobbiamo prendere se non lo siamo, che i nostri sbagli sono umani, e una bella canzone è bella per questo.

Una bella canzone ci lascia soli, ma ci dice anche che se lo siamo, lo siamo in molti, soli, e tutti stupidi, che tutti assieme ora possiamo essere felici di esser stati stupidi e felici, parla di noi ma come se fossimo altri cosicché la pena si fa più solida e più liscia mentre scivoliamo dolcemente sopra per non romperla e sprofondare nell'abisse dove giaciono tutte le cose che non ci siamo dette, che non abbiamo vissuto, che non faremo mai probabilmente perché come una bella canzone l'amore finisce anche.

Una canzone è bella per quel che non dice, e ci permette di dimenticare e di continuare ad essere quelli di una volta, quelli di sempre, mentre ci abituiamo pian piano a camminare con il minimo peso, sempre più leggeri, prudenti e indifferenti verso noi stessi e quindi verso tutti gli altri. La riprendiamo, la cantiamo ancora e ancora fino a quando ci stanchiamo di cantarla, di sentircela fluire come lacrime in gola, e il cuore di richiederla per continuare a battere ritrovando un ritmo che aveva perso, fino a quando ciò che ricorda, ciò che non dice, ciò che vela, viene sepellito dalla nostra comprensione e dalla nostra indulgenza verso noi stessi. Perché una bella canzone ci perdona tutto, è compassionevole, è comprensiva, è indulgente, con chi è mancato tanto in tante occasioni e quindi anche con noi stessi. E per questo è una bella canzone.

venerdì 17 ottobre 2008

Il buio nelle vene

... e sempre più solo, mi dileguo, lentamente, assorbito o invaso dall'incomprensione, mi dileguo, incompreso da te e ora cosi lontano da me che non sento più il marciapiede sotto i piedi
La mia schiena non mi comunica più niente
E' il tempo che tira sulle mie vene
Il mio cuore non mi protegge più... il mio povero cuore batte a vuoto ed io non so vivere senza amare
Ora la folla mi attraversa mentre cerco d'innalzarmi sopra le facce di cera il rumore e la puzza
Inseguo
Il fumo
Della mia sigaretta
Il mio corpo sa tornare a casa
Salgo salgo ancora
Sopra, il cielo si gonfia, gronda, si spezza, si lacera, si strappa e fa acqua da tutte le parti
Quanto vorrei abbracciare il temporale e baciare un fulmine, una volta sola, l’ultima volta, questa volta
E conoscere tutto e dimenticare tutto nello stesso istante, conoscere solo conoscere
E non avere il tempo di sapere, di registrare, di ricordare, di dubitare, di indagare, di credere, di immaginare, di pensare, di capire
Ma ridere soltanto, una volta sola, l’ultima volta, questa volta, per il flash, ridere di me, per una di quelle foto istantanee che si smarriscono sempre, o che lentamente si rivelano, culminano, brillano un istante e si cancellano proseguendo il loro viaggio nel buio chimico, e non piangere no e non rimpiangere, mai, non rimanere, ma strappare, buttare, girare le spalle e vorrei
Tanto incontrarti per la prima volta ancora
Per il flash
Ma non mi guarda, non mi vede, la luce, perché non si vede, lei, in me, perché non la rifletto, lei, che ama tanto rispecchiarsi e baciarsi sulle mie labbra, accendere i miei occhi, riscaldarsi, amarsi nel mio amore, mentre io invece la assorbo, la inghiottisco, come una spugna avida e malefica, come il rumore, come il fetore, come la cera, la repugno, come un barbone che s’agita nel sogno e piscia nei suoi brandelli di abiti sporchi, la respingo, come un morto pieno di risentimento che affonda le dita e le unghie nella terra per alimentare la muffa che lo divora,per tenere ancora vivi l’odio, il rancore, la rabbia, abbastanza per lacerare e strappare i suoi ultimi ricordi, soffocare la luce nei suoi ricordi, per morire ancora, per morire di più, e proseguire in pace il suo viaggio nel freddo buio siderale senza più labbra, senza occhi, senza orecchie, senza cuore più, O Dio sparire sì
Come uno che non guardi più

domenica 28 settembre 2008

18 anni luce

Essere un anno fa o fra un anno ma lontano da questo momento. Lontano da te. O più vicino forse?

Mi ricordo com'ero felice sul tetto di casa mia a guardare le stelle, appeso ad un filo di luce. Guardavo le stelle e la vita mi sembrava più semplice.

Era un secolo fa, lontano da questo momento. Lontano da te. O più vicino ancora?

Il bagliore, il calore, la gioia, ma ben presto il dolore, il buio e il vuoto, e la caduta, da un tetto, da uno sguardo, che differenza fa?, mentre tutto improvvisamente si rabbuia si dilegua e si scioglie. Cosa rimane? Appesa all'angolo della bocca, come un amo, l'ironia, per non morire, schiacciato.

18 anni luce. Ho sognato quel momento, ho navigato verso la sua fonte, ho sperato, ma non c'era più niente già. Tutto brucia. Tutto sparisce. Anche le stelle.

Qualche istante fa, o fra qualche istante. Difficile definire i confini di un momento come questo quand'è troppo vicino ancora. Vicino a te. E più lontano che mai, ora.

Moriamo soli comunque.

mercoledì 17 settembre 2008

La profondità di un’arancia

Non la cercavo, ma come spesso succede, evitare una persona è come doverla incontrare. Volevo uscire però. Volevo camminare un po’. Dovevo capire. Potevo farcela. Potevo aiutarla. Non ci voleva molto insomma. Non c’era altro che contasse veramente, niente in vita mia di realmente più importante, neanche il mio orgoglio. E allora cosa aspettavo? Voleva solo che mi arrendessi o che me ne andassi. Mi aveva fregato. Mi aveva sconfitto. D’accordo.

Tutto era andato cosi in fretta. Credevo sempre di avere il tempo. Credevo che avrei trovato la strada giusta. Ma tutto è troppo veloce quando si è in due e troppo lento quando si è soli, con tutto quello che ci viene da pensare e che non riusciamo a dire. Il silenzio ha già detto tutto. Il silenzio sa. O così sembra: possiamo sempre fare finta di sapere o di aver capito tutto, stando zitti. Le parole invece cercano sempre qualcosa, le parole sperano, le parole tradiscono. Ed io ho sempre parlato troppo.

“- Oh ciao…” dissi fiaccamente. Staccai il pensiero da lei e rientrai strisciando in me stesso. Era probabilmente solo una sensazione, ma in molte occasioni mi aveva lasciato il dubbio che riuscisse a leggere il mio pensiero, addirittura ciò che avevo solo intuito e rimandato giù immediatamente. Provavo una vergogna oscura quando mi ritrovavo per caso davanti a lei, come uno scolaretto sorpreso mentre sta uscendo da un cinema porno. Come se mi ritrovassi improvvisamente nudo, ma troppo nudo, e stupido, ma troppo stupido. Ho pensato che era perché non le volevo nascondere niente. O perché le volevo nascondere tutto. O fingeva lei, ma non ci avrei scommesso un centesimo. O semplicemente era perché la amavo. Ma ora?

“- Ciao. Che c’è?” … La amavo ancora.
“- Niente… niente. Stavo solo prendendo un po’ d’aria. Non m’aspettavo di incontrarti...” Era vero questo. Anzi non lo volevo proprio. Non adesso. Non ero ancora pronto per affrontarla.
“- Lo so che non mi cercavi.” Come non pensato...
“- No… no, non è questo. Ma… che ci fai tu qui?...” Accidenti a me! Che me ne fregava ora?
“- Ma che te ne frega a te ora?” Ecco. Cosa dicevo. Leggeva i miei pensieri. Ero fregato.
“- Niente… non… niente. Cioè…” Andava alla grande.
“- Appunto! Niente! Non te ne frega niente! Non vuoi niente! Allora cosa vuoi da me ora? Che cosa vuoi?!” Lo sapevo, la conoscevo, poteva andare avanti così fino all’estinzione della razza umana. E forse proprio per questo si sarebbe estinta, fermandosi e ascoltando il nostro assurdo dialogo di sordi. Bastava stare al gioco. Avevo già perso, cosa m’importava ora.
“- Ma… niente… cioè voglio dire che ero solo uscito per…” Pensare ad altro, presto, ad una cosa assurda, di solito, la faceva smettere, come colpita improvvisamente dalla perplessità. Pensare a… a… alla profondità di un’arancia! Ecco, sì. La profondità di un’arancia…
“- Niente! Appunto! Mi fermi per strada. Hai sempre questa faccia da cane legato ad un albero ma non vuoi niente, non te ne frega niente di niente! Non ti sopporto! Ma… mi ascolti?!...” La profondità di un’arancia quindi… “- Ma… Che diavolo?...Che ti prende?...Cos’è questa faccia ora?...” La… profondità… di… una… arancia… “- Stavo dicendo quindi…” La-profondità-di-una-arancia… La-profondità-di-una-arancia… “- …brrrrr… Fa freddo qui. Ho bisogno di prendere qualcosa di caldo... Andiamo…” Ooooooh.. Aveva funzionato! Ma quant’era irritante il suo solito modo impersonale di invitarmi a bere un caffè.

Voltò le spalle e scattò verso una destinazione ignota. M’incamminai sulla sua scia. Feci fatica a raggiungerla e a starle al passo. Mi sentivo ridicolo ma non ebbi il tempo di protestare, perché ogni volta che si fermava e modificava il suo percorso, o mi imbattevo in lei e si infastidiva o mi ritrovavo improvvisamente solo. Non si girò mai per controllare se la stessi seguendo ancora né mi parlò finché non avemmo raggiunto il bar che sembrava avere avvistato e puntato dal principio: “- Qui...” e poi un altro “- Qui...”, quando ci sedemmo ad un tavolo. Il locale era vuoto. Il cameriere ci raggiunse immediatamente. Non disse nulla. Mi fissò solamente con un sorriso che giudicai dispettoso o impertinente o ancora troppo confidenziale, - od era semplicemente comprensivo? -, in ogni caso era un sorriso troppo complesso per non essere ambiguo in una situazione simile tra due perfetti sconosciuti. Non mi piacque. Lo sospettai immediatamente. Mi chiesi se anche lui avesse la capacità di leggere i miei pensieri. Ma non gli detti niente da vedere. Chiesi la prima cosa che mi giunse in mente.
“- Una spremuta d’arancia per me…” Fu una scelta logica tutto sommato. Ispirata. Ed una precauzione. Ne fui abbastanza soddisfatto. Sorrisi a mia volta, con aria contenta e fiduciosa e mi distesi sulla mia sedia.
“- Una spremuta d’arancia?! Ma se non hai mai preso una spremuta d’arancia da quando ti conosco?...” Mi guardava, accigliata e sospettosa. Ciò mi rassicurò. Poteva bastare forse per toglierle un po’ della sua bella arroganza…
“- Le persone cambiano…” Doveva capire che non ero più lo stesso. Il cameriere sembrava divertito e proseguì. “Per lei?” Si voltò allora verso di lei, inclinando leggermente la testa verso la spalla e il suo sorriso diventò subito più naturale, più gioviale, quasi complice. Aveva scoperto i denti addirittura e tutto il suo viso era risalito di un paio di centimetri.
“- Una cioccolata calda, grazie…” Lo disse con un’aria contrita che mi offese. Ricambiò il sorriso del cameriere fissandolo negli occhi. Un sorriso che si innalzò, radioso, incendiando i suoi grandi occhi neri, uno sguardo che non mi faceva più da mesi, pieno e tenero, come se la sua anima li avesse aperti per affacciarvisi. Era bellissima. Fu un brutto colpo. Rimasero a guardarsi così in silenzio per un secondo. Poi due. Uno di troppo. Non resistetti però e mi fermai anch’io a guardarla, beatamente. Mi chiesi poi se lo facesse apposta, per me, per dispetto? O era possibile che si conoscessero? Insomma, aveva scelto questo bar con una determinazione occulta e intrapreso una specie di corsa tra i passanti e le auto senza preoccuparsi minimamente della mia presenza. Conclusi che ero in terreno nemico. Decisi di interromperli.
“- Mi scusi…” Entrambi voltarono la testa verso di me, un po’ sbigottiti. I loro sorrisi calarono insieme e gli sguardi si fecero cupi, percorsi per un attimo dallo stesso lampo di una luce feroce e malvagia. Mi stupì. Lui soffiò un “- Siii?...” infastidito e ossequioso. Ecco, sì, che tornasse a fare il suo mestiere quello…
“- Mi porta per favore un po’ di zucchero di canna?” Girai l’indice sopra il mio polso senza orologio. “- Ci scusi tanto ma avremmo un po’ di fretta…” Gli scagliai un sorriso glaciale. Volevo che capisse che avevo capito.
“- Certamente… Arrivo subito.” Scivolò tra i tavoli e passò dietro al bancone.
“- Ma quale fretta?!.. Sei impazzito stasera? E lo zucchero ora? Non metti mai zucchero nelle tue bevande!” Mi rattristò il fatto che pensasse che non potessi cambiare. Ma essendo io meno prevedibile, lei diventava più vulnerabile. Pensava di conoscermi ma sbagliava.
“- E’ per l’acidità… sai, gli agrumi sono un po’ aggressivi… Ed ho lo stomaco un po’ debole ultimamente…”
“- Molto divertente… Ma non ti ho chiesto di venire qui con me per farmi ridere.” Di venire qui con me… Ma chi credeva di essere? Con chi diavolo stava parlando?
“- Non mi hai esattamente invitato a venire, ho scelto io di seguirti.” Mi stava venendo il fuoco alle guance e alle orecchie. Voleva provocarmi. Dovevo stare calmo.
“- Come vuoi. Intanto vorrei parlare con te, senza che tu mi interrompa ogni secondo. Ho bisogno di tutta la tua attenzione. Ho bisogno che tu capisca bene ciò che sto per dirti. Perché non tenterò più di spiegartelo. Non ci sarà un'altra volta questa volta. ” Iniziava sempre così. Avevo comunque deciso di aiutarla, e se era questo che voleva, l’avrei ascoltata ancora questa volta. Dopo tutto, non era per questo motivo che ero uscito? Alzai le mani in segno di resa. Trattenni un sorriso. Era più forte di me. Tutto diventava così serio con lei.
“- Ok, spara.” Pensava forse che ero già steso per terra, ma sbagliava. Ero solo curioso di sapere come mi avrebbe liquidato.
“- E’ abbastanza difficile per me dirti quel che sto per dirti. Perciò, ti prego, aiutami. La nostra relazione non ha più motivo di essere. In poche parole, se mi ami ancora, mi devi lasciare…” Come?!... Voleva che la lasciassi io! Per amore?
“- Vuoi che ti lasci io?!... Mi prendi in giro?” Era impazzita! Non potevo lasciarla continuare a…
“- Lasciami finire per favore!...” Aveva praticamente urlato. Guardai il cameriere giusto in tempo per vedergli cancellare una smorfia. Lei si fissò un attimo le mani in grembo, e riprese a parlare, a voce bassa, “- Ascolta, ti prego, non interrompermi…” Alzò la testa e mi guardò. Sembrava aver difficoltà a vedermi, come assorta nei suoi pensieri. Ma cosa stava cercando? “- Mi rivolgo ora al tuo amore per me, perché è l’unica cosa in cui dimostri certezza, coerenza e continuità. Se il tuo amore per me è, come ami ripetere, più importante e più forte di tutto, se io sono più importante di te stesso, se mi ami a questo punto quindi, e non vorrei dubitarne in questo momento, ti chiedo di lasciarmi andare in pace. Non devi più scrivermi, né telefonarmi, né cercare di incontrarmi, mai più, per nessun motivo, o finirò per impazzire e ammalarmi seriamente. Sono molto seria. Fallo per me quindi, se mi ami…” Era proprio questo che non volevo sentire. Mi aveva incastrato. Se mi ami… Se mi ami… Ora mi ricattava con i miei sentimenti. Era stupenda. Per un secondo provai per lei un ammirazione sconfinata, subito schiaffeggiata da un odio feroce e vendicatore. Dovevo controllarmi. Mi aveva spinto alle corde. Ma non mi sarei arreso senza lottare...
“- E se non è ciò che voglio, come faccio ad aiutarti?” La guardai dritto negli occhi, sfidandola. Mi conosceva così poco? Pensava forse che ero diventato un invertebrato, senza orgoglio né dignità, e che mi poteva piegare come voleva? Di sicuro non le avrei permesso di lasciarmi, non in questo modo…
“- Girala come vuoi. Diremo che mi hai lasciato tu. Il motivo valido lo troverai tu, per te, e per gli altri se necessario. La tua dignità sarà salva… o il tuo orgoglio, se preferisci.” La mia schiena si stava trasformando in una catena di cubi di ghiaccio. E non aveva ancora finito. Proseguì. “- Ho quasi finito. Ascoltami un attimo ancora. E’ meglio così. E’ meglio per tutti e due. Credimi per una volta. Non sono quella che pensi. Non sono quella che vuoi, meno ancora quella di cui hai bisogno.” Ero a corto di replica. Dovevo pensare ad una soluzione alla svelta. Dovevo guadagnare un po’ di tempo…
“- Che ne sai tu dei miei bisogni o di ciò che voglio veramente?” Non riuscivo più ad articolare. Mi ero irrigidito sulla mia sedia. Sentivo gocce di sudore freddo che mi scivolavano sotto le braccia e lungo i fianchi. Cercai un aiuto qualunque dal cameriere ma lo ritrovai dietro al bancone, ancora impegnato a spremere le arance.
“- Appunto, non lo so. Non l’ho mai saputo. Ci ho provato. Ti giuro che ci ho provato. Ma sei o troppo schivo, o troppo prepotente. Ed io sono troppo debole. Non riesco a insistere o a resistere oltre un certo limite.” Era sincera. O era molto brava. Ma non c’erano dubbi, era molto seria. Dovevo fare qualcosa… Mi stava lasciando veramente... Non era possibile… Non volevo questo…
“- Ma non me l’hai mai detto questo...” Non era vero, me l’aveva detto, ma erano state sempre frasi dette senza convinzione. Intanto bisognava fermarla… Ecco! Se fossi riuscito a confonderla, avrebbe finito per tacere…
“- Sai benissimo che non è vero! Te l’ho detto in mille modi un milione di volte, ma sembrava che non avesse la minima importanza per te. Mentre ti consumavi per giorni interi su problemi irrilevanti. Credo fosse solo per confondermi un po’ di più e farmi tacere.” Mi tornò un dubbio atroce… Era sulle mie tracce da un po’. Mi stava leggendo i pensieri! Erano loro a tradirmi! Da sempre! Oh Dio… Presto! Pensare… Intanto rispondere qualcosa…
“- So di poter dare questa impressione, ma credimi, non è vero. E’ solo che ho delle necessità molto diverse da quelle degli altri. Non potremmo provare ora a conoscerci su nuove basi?...” Dovevo trovare una soluzione… Presto… Sì! Ecco! Dirottare il suo pensiero. Così… Non lasciarmi… No… Non lasciarmi… Hai torto… Mi ami… Mi ami…
“- Ora non m’importa più sapere chi sei, ciò che vuoi, ciò che fai, ciò che diventerai o meno. Perché ho finalmente capito che non importa a te stesso.” Smettila... Non dirmi queste cose…Ti prego… Mi ami… Dì che mi ami… Non lasciarmi…
“- Perché ti dico queste cose? Sarà perché le cose che vedo e sento pian piano fanno il loro cammino nella mia mente. Non sono mica idiota, o come ripetevi sempre, confusa. Per te tutto diventa una pura formalità. Vivi e ami come un burocrate, in modo del tutto impersonale. Non conta che abbia un senso o meno nella tua vita. Lo fai perché devi. Perché non ti costa niente cambiare. Credi persino che sia un dovere che superi il diritto di essere te stesso. Mentre ritengo che era un tuo dovere essere te stesso con me, anche contro di me. Soffrivi realmente ogni volta che provavo ad allontanarmi, ma non ero io a mancarti, mancavi solo a te stesso.” Mi accorsi che avevo smesso di respirare. La fissavo, immobile…
“- Ecco la cioccolata calda per lei…” Giusto in tempo, stavo per scoppiare…
“- Grazie.” Dovevo continuare a fissarla. Non dovevo perdere il contatto.
“- E la spremuta d’arancia. Ecco lo zucchero di canna… e il cucchiaino.” Lo ignorai. Stava cercando di distrarmi. Continuai a fissarla… Non lasciarmi… Hai bisogno di me…
“- Se serve qualcosa, sono a vostra disposizione…”
“- Molto gentile, grazie.” Sorrise. Non sembrava affatto turbata. Fingeva. Sicuro. Aspettai che il cameriere si allontanasse e le presi la mano sopra il tavolo. Era un tentativo disperato ma poteva funzionare… Doveva.
“- Ma io ti amo! Ti amo davvero… E anche tu mi ami… ” Ero ridicolo… Non lasciarmi… Stai con me… Ti prego…
“- Non essere ridicolo ora… Mi ami, lo so, me l’hai detto tante di quelle volte che non so neanche più ora cosa vuole dire. Ho bisogno di un uomo da amare, non di amare il suo amore per me. Preferivo l’uomo che non mi amava, che non lo sapeva ancora. Eri più… come dire.. tangibile ecco. Mi sembra strano dirtelo così ma eri un altro. Eri forse veramente tu allora. E ti ho amato, davvero. Almeno credo. Perché poi sei cambiato così in fretta che non ho mai potuto accertarmene. Sei.. come dire… sparito.” Risentivo amaramente l’assurdo della situazione. Mi resi conto che non solo tutto quello che ero stato e tutto quello che avevo fatto con tanto amore non era servito a nulla, ma che tutto ciò per lei non aveva avuto nessun significato, che tutto si era svolto in realtà con un altro, e che quest’altro ero io… Ma potevo ora lottare contro me stesso?... “- Capisci che non posso più stare con te? Perché non so più con chi dovrei stare. Questa è la verità. Credo sia stata colpa mia in gran parte. Ho rimandato troppe volte questa mia decisione.” La profondità di un’arancia… “- Non mi piace ciò che hai fatto di me nella tua vita e ciò che ne risulta ora per me nella mia. Non mi riconosco in te. Non mi riconosco più.” La profondità di un’arancia… “- Perché non hai misura. Sei senza freno, senza limiti. Sei eccessivo e a volte anche ossessivo. Altre volte sei totalmente indifferente e passivo. O è tutto o non è più niente. Passi da una cosa all’altra e da uno stato all’altro con una facilità disarmante e piuttosto preoccupante per dir la verità!” La profondità di un’arancia… “- Non rispondi? Stai giocando, come sempre. Ma non mi lascerò ingannare, non cederò questa volta. Non cederò...” La profondità di un’arancia… “- Devo andare adesso. Non prendertela. E’ meglio così, credimi… Non mi saluti?...” La profondità di un’arancia… “- Ciao allora…” La profondità di un’arancia… La profondità di un’arancia… La profondità di un’arancia…“- La profondità di un’arancia…”

mercoledì 10 settembre 2008

La chanson de Matisse


Quand j'étais petit
Je n'étais pas grand
Je montrais mon cul
A tous les passants

Ma mère me disait:
"Veux-tu le cacher!"
Moi j'lui répondais:
"Veux-tu l'embrasser..."

venerdì 29 agosto 2008


Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami di te e tutto sarà poesia... Raccontami tutto e di te sarà poesia...

lunedì 26 maggio 2008

Molto di rado


Molto di rado incontrerai la mia adesione, il mio consenso, e non sarà mai facile ma cosi ti garantisco che non ho e non avrò mai un comportamento a specchio, semplicemente per poter risollevarti quando sarai negativa, per poter credere ancora nell'amore, e credere sempre che si possa essere amato.

E mi guardi tacere





E mi guardi tacere
Ma cosa posso fare
Se ogni volta muori assieme alle mie parole
E se per te il mio silenzio
E' pieno di agguati, di ladri e di assassini
Vorresti dormire con gli occhi aperti?

Dormi con gli occhi aperti pure
Ma mi vedrai solo dormire
Assieme a te

E mi guardi tacere
Ma cosa posso fare
Se ogni volta muori assieme alle mie parole
E se per te il mio silenzio
E' pieno di agguati, di ladri e di assassini
Dormi con gli occhi aperti pure
Ma mi vedrai solo dormire
Accanto a te

L'amico Franck (da Misure di morte)

Uno

Sempre a questa ora, un po’ prima della luce, Franck andava ad ascoltare i propri passi risuonare sui mattoni lungo le sponde del fiume. La Senna l’accompagnava, scivolando dolcemente al suo fianco come un animale agile e scintillante, e si strusciava contro gli argini con un sibilo dolce e ipnotico, liscia e calma come un sogno da svegli. Avevano una complicità tacita e silenziosa e condividevano gli stessi segreti: era infatti questo lungo e largo serpente di mercurio che inghiottiva compiacente tutti quelli che lui freddava, e che restituiva da qualche parte tra Parigi e Le Havre soltanto quando il loro degrado non permetteva più di identificarli e di effettuare ricerche. Era la sua migliore e unica alleata, la sua confidente e la compagna ideale: era sempre lei e non era mai la stessa.

Più tardi sarebbe andato a suonare da Martin, che sarebbe stato lì, lo sapeva, e gli avrebbe detto, ne era sicuro: “- Jean, vecchio mio, sei caduto dal letto, cosa ti porta qui a quest’ora? Dai entra…” o qualcosa del genere. Martin conosceva solo Jean, una delle sue numerose identità, mentre Franck conosceva Martin a fondo adesso, pure troppo: era giunto il momento di concludere. Lo avrebbe eliminato, era il contratto, e ciò bastava. Lo avrebbe fatto bene, come al solito, per un po’ sarebbe sembrata una fuga all’estero, finché non avrebbero ritrovato il suo cadavere. Se mai l’avessero ritrovato.

Era il momento in cui la città aspettava la sua razione d’aria e di luce per la giornata. Si accese una sigaretta e continuò a risalire la sponda della Rive Gauche fino al ponte Neuf dove si sedette su una panchina e osservò per un momento l’Ile de la Cité, sovrastata dalle due torri di Notre Dame che s’innalzavano come le ciminiere di un battello gigantesco e immobile che da secoli portava le anime deboli per un viaggio senza ritorno. Si chiese se Martin si fosse mai preparato per un tale viaggio, se avesse mai rappresentato la propria morte - e un suo ipotetico svolgimento -, e se la stesse custodendo con timore riverente o semplice noncuranza, come un altro se stesso nascosto dietro una maschera di ferro e confinato in un angolo ristretto e buio della mente. Non avevano mai parlato della morte insieme. Ora Franck ne sarebbe stato il regista, se ne sarebbe appropriato e Martin non avrebbe potuto recitare, ancor meno improvvisare: era già interamente pianificata. Gli avrebbe tolto la vita ma anche l’idea stessa della morte, cosicché non avrebbe capito che stesse morendo veramente: Martin era morto quando Franck era entrato nella sua vita.

Ripassò mentalmente il programma della giornata. Si chiese dove, a casa di Martin, si sarebbe concluso il loro lungo e intenso rapporto: in cucina? Nel corridoio? Nel bagno? Subito nell’ingresso? Probabilmente si. Sperava che tutto si svolgesse molto velocemente, senza dover rincorrere l’amico nell’appartamento e soprattutto senza lamenti o urli, era questo che lo preoccupava. Ciò lo disgustava in realtà. Questa mancanza di dignità davanti la morte quando è ineluttabile, lo faceva vomitare. No, non gliene avrebbe lasciato il tempo, non gli avrebbe permesso di cedere al panico e perdere la sua dignità piangendo e chiedendo pietà, o ancora tentando di giustificare un errore di cui lui non sapeva nulla. Era totalmente inutile, ed era fuori luogo. Franck sapeva solo chi, come e quando, mai perché. Non lo voleva proprio sapere semplicemente perché non gliene importava, non faceva parte delle sue ragioni di vita. Il perché apriva sempre la dimensione morale in una faccenda e rendeva tutto subito più pesante e confuso; il perché conduceva alla menzogna, all’irresponsabilità, al tradimento, al caos, si moltiplicava e si diffondeva come un virus, era la piaga che conduceva lentamente l’umanità verso la sua estinzione, perché non si sarebbe più potuta muovere, sempre più impacciata nell’attesa di ragioni nuove e migliori di muoversi: la coerenza e la lealtà di ognuno soltanto, verso i propri gusti, istinti, desideri e sogni potevano salvarla.

Più tardi Franck avrebbe abbracciato Martin affettuosamente, avrebbe pronunciato il nome del suo mandante sussurrandoglielo dolcemente all’orecchio, lasciandogli un secondo o due per capire mentre coglieva lo stupore e l’incomprensione nell’espressione e nello sguardo del suo amico come primo compenso; nel frattempo avrebbe piazzato lestamente una punta d’acciaio lunga e sottile tra i loro petti e appoggiato la base di legno sul proprio sterno; unendo infine le mani dietro la schiena di Martin avrebbe chiuso l’abbraccio e iniziato a stringere lentamente la morsa infilzandola risolutamente diritto nel cuore. E tutto sarebbe finito lì. Avrebbe accompagnato cautamente la caduta del corpo compiendo l’ultimo passo di un tango letale e mentre Martin si sarebbe accasciato per terra come un pupazzo invertebrato, si sarebbe inginocchiato velocemente all’altezza del petto, togliendone il punteruolo e avvicinandovi l’orecchio… Non aveva rinunciato al sangue, benché fosse più difficile da gestire ed esistessero mille modi più efficaci e più puliti per ammazzare qualcuno. Ma non poteva rinunciarvi, doveva ascoltare ogni volta il sangue colare dal taglio sottile e sentire il cuore boccheggiare e dimenarsi impotente mentre si svuotava e annegava nella propria linfa con un sibilo dolce e ipnotico. La scena si sarebbe svolta senza grida e senza urti, liscia e calma come un sogno da svegli.

Gli piaceva Martin, cosi come gli era piaciuto tutto il tempo che aveva trascorso assieme a lui. Era un gran bel amico, probabilmente la vittima più cara fino ad ora. Ma era questo il suo metodo: fare parte della vita privata delle vittime, entrare nei loro cuori, occupare il loro presente in tale modo da sembrare di far parte del loro passato, conoscere tutto delle loro abitudini, dei loro vizi, e dei loro sogni. Per questo motivo, la durata di un rapporto era variabile. Decideva di agire soltanto quando era riuscito a cancellarsi di dosso ogni traccia di estraneità nel contesto quotidiano di ognuna. Si muoveva con empatia, e colpiva infine con empatia: voleva che ne valesse la pena, voleva che il suo sacrificio fosse importante quanto quello della loro vita, rinunciava ai propri sentimenti offrendoli come risarcimento per la loro uccisione, e come riscatto per la loro disgrazia. Poiché era un amico ad ucciderle, il suo tradimento toglieva loro la paura assieme ad ogni forma di colpa e le consegnava alla morte con una dignità intatta e l’anima in pace, rendendo tutto più leggero, più intimo e puro, e in un certo senso si, più bello. Era sicuramente l’amico più infido, ma al tempo stesso il nemico più fidato: lo stupore emarginava la sofferenza oltre i confini della coscienza, fissava la mente sul suo sguardo dolce e ipnotico, e non vi era mai nessuna lenta e dolorosa agonia. Era ancora un amico quando le accompagnava nella morte, e lui colpiva dolcemente, preso da una sorta di rapimento, e seguendo un rito crepuscolare della coscienza che si compiva al buio con la sola consapevolezza dei propri gesti. Un sogno.

Si sarebbe sbarazzato del cadavere di Martin la notte seguente, dopo avergli tolto i denti – le avrebbe soltanto limati probabilmente -, e tagliato le mani – o soltanto bruciato l’estremità delle dita - , per intralciarne il riconoscimento. Ma questa era solo la routine. Il contratto infatti prevedeva di cucirgli le labbra, le orecchie, e le palpebre con il filo da pesca, volutamente grosso e resistente, anche se la cosa delle tre scimmiette gli sembrava un po’ superata, e decisamente ridicola. Ma avrebbe provveduto ugualmente, perché questo era il messaggio che si voleva lasciare semmai un giorno fosse ricomparso il cadavere. La sua sparizione non sarebbe stata ignorata da alcuni: erano quelli che si voleva colpire veramente, perché non esisteva niente di più suggestivo e deterrente che l’assenza improvvisa, senza spostamento apparente e senza destinazione per coprirne il vuoto, creava un terrore insidioso e impalpabile che non si riusciva mai a collocare nello spazio e nel tempo, e che presto si insediava nelle menti, si impossessava della veglia, del sonno, del pensiero e dei sogni, muoveva le ombre negli angoli, e si spostava in margine della luce, con movimenti furtivi percepiti solo con la coda dell’occhio, mentre la vita diventava un teatro abbandonato e silenzioso di ombre baluginanti in periferia dello sguardo e di voci sottili e aguzze che bisbigliavano e ridevano sulla soglia dell’orecchio, un’unica e identica scena che si ripeteva all’infinito, sovrastata e assillata perennemente da una paura implacabile come il sole nel deserto.

Intanto avrebbe goduto un po’ di riposo, guardando un paio di film della vasta raccolta di dvd di Martin, bevendo una delle sue ottime bottiglie di vino, magari spiccando la giornata con un pisolino di un paio di ore; in seguito avrebbe messo il cd del requiem di Mozart che aveva regalato a Martin – lo regalava sempre pur di averlo sempre a portata di mano - nello stereo e avrebbe ripulito la casa da cima a fondo e svuotato cassetti e armadi in tutte le valigie e borse che avrebbe trovato. Allora avrebbe dato inizio all’ultimo viaggio del suo defunto amico, preparandolo accuratamente come le spoglie di un faraone per la sua consegna al popolo dell’al-di-là, - e alla Senna -, liscia e calma come un sogno da svegli.

Due

“- Jean, vecchio mio, sei caduto dal letto, cosa ti porta qui a quest’ora? Dai entra… Caffè?…”
“- Ciao Martin. Volentieri.”
“- Lungo, vero? L’ho appena fatto. Tutto bene?”
“- Si, certo, tu?”
“- Al solito, una serata di merda ieri. Sai, Wanda, quella troietta che avevo attraccato da Lou’s la settimana scorsa?… Beh mi ha mollato per quel coglione di Doug… Ma ci credi tu? Doug!… Quell’imbecille!… Le ho chiesto una spiegazione e sai cosa mi ha risposto? Che non poteva stare con un perdente! Io? Un perdente!… Ma ti rendi conto Jean?… Ehi… Che fai?… Mi abbracci ora?… “
“- Si Martin…”
“- Cosa c’è che non va? C’hai un problema? Vuoi parlarne?…”
“- Paul Danton…”
“- Paul… Danton… Ma ch…”